Politica

Il PD affonda nella lotta Bersani-Vendola e Uòlter se la scrive…

I democratici sono devastati dalla crisi di consensi e dalla lotta tra l’attuale segretario e il presidente della Puglia per la conquista della leadership, ma Veltroni sembra già guardare al suo ritorno in campo

di Pietro Mancini per «L’Avanti»

ROMA - La crisi del Pd, il calo dei consensi e la lotta per la leadership del centrosinisira, senza esclusione di colpi, tra Bersani, grigio figlio dell'apparato comunista emiliano, e Nichi Vendola, ex dirigente della Fgci quando sul partitone rosso comandava «Re» Enrico, al buono del partito (come Giampaolo Pansa ha ribattezzato Veltroni, mentre D'Alema e Fassino sono il «Duro» e lo «Smilzo») proprio non interessa.

No, all'ex primo cittadino di Roma preme, da sempre (da quando si presentò al posto di D'Alema dall'ambasciatore in Italia degli Stati Uniti) punzecchiare e mettere in cattiva luce l'amico Massimo.

Da vent'anni i due, ormai alla soglia dei 60, continuano a detestarsi, duellando nel partito e sui giornali, tanto che un acuto giornalista, Luca Telese, ha previsto che gli ex pupilli di Berlinguer finiranno la loro eterna guerra in qua!che ospizio, incrociando i bastoni, mentre si terranno le schiene doloranti con le altre mani.

A differenza dell'ex premier - che si trova a suo agio nello scontro e nella polemica, con amici e nemici - quando nel partito e nella coalizione di centrosinistra lo scontro si fa aspro e si delineano le sconfitte, Walter abilmente riesce a defilarsi.

E alla cruenta battaglia, alla sfida a viso aperto con il suo nemico di sempre, Massimo da Gallipoli (che soavemente lo ha definito un «flaccido imbroglione, al pari di Prodi»), Veltroni preferisce la quiete letteraria.

Lo scorso anno, l'ex sindaco di Roma ha dato alle stampe un ponderoso volumone di 400 pagine intitolato «Noi», diviso in 4 capitoli su 4 anni diversi compresi tra il 1943 e il 2005.

Sul palco di San Gimignano, il «Clinton della Garbatella» venne affiancato per la presentazione da una dei tanti rappresentanti del mondo dello spettacolo che da sempre lo adorano, la regista Francesca Archibugi.

E non poteva mancare il direttore del «Sole 24 Ore», Gianni Riotta, «clintonveltroniano» della prima ora, che indossa le stesse camicie botton-down made in Manhattan, del suo politico di riferimento.

Insomma - è il messaggio del «Clinton de' noantri» ai seguaci del ferrarese Franceschini, anche lui scrittore, ma con minori ambizioni, e agli odiati dalemiani che sostengono Bersani - voi sporcatevi pure le mani con l'aspra politicaccia quotidiana, intrisa come diceva il craxiano Formica di sangue e merda; io, invece, volo alto e, anche se per il momento non ci penso proprio a rifugiarmi nella disagevole e torrida Africa, continuerò a guardarvi dall'alto in basso, dispensandovi, se ne avrò voglia, qualche perla estratta dai miei pesanti, ma fondamentali, tomi.

Alla cui scrittura l'autore romano si è dedicato nei mesi infuocati, seguiti alla fuga dalla segreteria del Pd, mentre Massimo e Franceschini erano impegnati in una difficile campagna elettorale, conclusa con la batosta incassata dal Pd alle Europee.

Non a caso «Noi» è dedicato a Vittorio Foa, uno dei capi storici della sinistra, come Ingrao, Lombardi e Bertinotti, affascinanti ma perdenti e attratti, da sempre, da quello che la scrittrice Barbara Spinelli ha definito il fascino della sconfitta.

Di recente Uòlter, con una lunga e buonista (of course) lettera agli italiani pubblicata con grande risalto dal Corriere della Sera, ha inserito nel Pantheon del Pd alcune new entry: Parri, Prodi, Agata Christie e un certo Alessandro Colombo, ma nessun rappresentante della da sempre odiata tradizione socialista.

E neppure un accenno, nella esternazione veltroniana, alla giustizia, all'economia, alle riforme e al conflitto Marchionne-Fiom.

Nonostante queste carenze, la stampa e gli intellettuali progressisti continuano a guardare con diffidenza alle strategie e agli intrighi di D'Alema.

Invece, giudicano lo statista della Garbatella con lo stesso ossequioso rispetto e la stessa ammirazione - francamente eccessive - che riservarono ai volumi precedenti, ma soprattutto alla discesa in campo di Walter al Lingotto di Torino nel 2007, che si rivelò fatale per il governo guidato da Prodi.

Tanto che un prodiano doc, l'onorevole Santagata, bocciò la discesa in campo dell'allora numero uno del Campidoglio, bacchettandolo ironicamente: «La nostra tendenza a toppare nelle valutazioni dei reali obiettivi delle persone anche quella volta non si smentì».

La stampa progressista e radical-chic, continuando a profondersi in elogi al Veltroni scrittore, presentandolo come firmatario di capolavori della letteratura contemporanea - come, in passato aveva esaltato il Walter politico, nascondendone le tante sconfitte subite - dimostra che a sinistra è ancora largamente diffuso il complesso dei migliori, come lo ha definito il sociologo Luca Ricolfi, tranne rare eccezioni-rappresentate da Macaluso, Pansa e Parlato, che hanno conservato la loro autonomia dai vertici della Quercia ieri e del Pd oggi, e la loro libertà di critica e di dissenso (nel corso degli ultimi 15 anni si sono levate solo voci apologetiche, mentre completo è stato il silenzio sui tanti errori, politici e di immagine, commessi dagli ex ragazzi delle Botteghe Oscure).

Così, i lettori di alcuni dei più diffusi quotidiani politically correct hanno dovuto sorbirsi persino imbarazzanti resoconti sulle traversate in mare di Massimo a bordo del costoso mega-yacht lkarus, e tutte, ma proprio tutte, le fasi dell'amicizia di Veltroni - che si dichiara, da sempre anticomunista - con la nipote dello scomparso fratello del presidente americano, Robert F. Kennedy.

Mai una critica, neppure dai giornalisti sportivi, quando da sindaco capitolino aggiunse al «tifo da sempre per la Juventus di Agnelli» quello doppiopesista per i giallorossi «core de Roma», come canta Venditti, prima amico e poi severo critico (ma non tanto) sul deputato capitolino.

Erano i tempi dei tanti «ma anche», pronunciati da un dirigente che non ha mai brillato per coraggio e per chiarezza di posizioni.

Portatore di una strategia alta, ma anche velleitaria, visionaria ma anche miope.

Giampaolo Pansa, brillante scrittore e commentatore de «il Riformista», per bacchettare la «strategia dell'attenzione» dalemiana nei confronti dell'odiato Cavaliere, all'epoca della Bicamerale coniò un neologismo sarcastico: i «Dalemoni».

Su Veltroni nulla, mai neppure un amichevole buffetto.

Tanto che oggi si riparla della sua ennesima discesa in campo, alle elezioni politiche del 2013, nonostante il flop del 2008 contro «il mio principale avversario», cioè Berlusconi, che il capo del Pd neppure nominò in campagna elettorale.

E che oggi si propone di delegittimare, sfruttando gli attacchi dei «professionisti dell'antimafia» (come ebbe a definirli Leonardo Sciascia), Michele Santoro e Anna Finocchiaro, sferrati a Marcello Dell'Utri e al defunto stalliere di Arcore, Vittorio Mangano.

Da una stampa invadente e severa (forse troppo) sulla vita privata del premier, i lettori si aspetterebbero almeno un pizzico di autocritica sulle corresponsabilità dei giornali fiancheggiatori della italica gauche nelle sconfitte della sinistra.

E sperano, come tutti noi, che lo scrittore Walter, sulle pagine di «Repubblica» e de «l'Espresso», non continui a essere riverito come il nuovo Kennedy del Prenestino o il nuovo Alberto Moravia della letteratura nostrana.

www.iltuscolo.it - martedì 7 settembre 2010

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